Isole Comprese Teatro: spazio per esaltare le diversità

Alessandro Fantechi e Elena Turchi, il loro Spazio Seipuntozero e tanti attori da scoprire

iovanni Pandolfini in scatola 

Giovanni Pandolfini in scatola

 

FIRENZE – Alessandro Fantechi è il nostro Pippo Delbono. Lo certifica una solida e pluriannuale attività con le disabilità, con le marginalità, con e nel cosiddetto “teatro sociale”, adesso accettato e consolidato a livello nazionale. Da anni collabora con il festival Volterra Teatro a fianco di Armando Punzo, ha un piccolo e funzionale spazio nel centro cittadino, il Seipuntozero, dove vedere una piece a pochi centimetri (realmente) dall’attore non è più teatro o narrazione o racconto ma diventa esperienza di vita, difficile da declassare tra le scartoffie degli spettacoli visti.

 

Fantechi, il suo Seipuntozero, il suo teatro, i suoi ragazzi, i suoi attori ed allievi, non si incontrano per caso, ma si scelgono, si vogliono, non ci si imbatte distrattamente ma una volta avvicinatisi, una volta entrati in quella piccola magia di umanità, oltre che di grandi prove personali e individuali sulla scena, di solidarietà artistica, le differenze, se mai ce ne siano, le difficoltà, le diversità cadono a terra come petali.

 

Fantechi fa teatro con il materiale umano a lui più congeniale. Nella marginalità la centralità: “ I nostri attori non hanno un lavoro, fanno molta fatica a vivere e stranamente per loro il teatro èla Vita– Fantechi traccia le linee guida del loro gruppo e il percorso che affrontano quotidianamente - Non si tratta allora di formare attori normali che “ recitano” più o meno bene , che hanno una buona dizione. Non ci interessa la normalizzazione e nemmeno il Teatro come strumento curativo. Semmai il percorso terapeutico, se e quando avviene, esalta la loro singolarità, le loro ossessioni, accettando il limite come valore,riconoscendo una autorialità poetica a chi non ha voce. Il teatro e’ testimonianza”.

 

Ed abbiamo avuto modo, e la fortuna, in questi anni, di poter seguire la riscoperta e la rivalutazione di Pippo Bosè, cantante solitario urbano che tutti conoscevano negli anni ’80 e poi scomparso per decenni fin quando non se n’è innamorato il regista fiorentino che gli ha costruito addosso e cucito il perfetto ruolo di un Amleto che legge gli appunti maniacali che Pippo prende furiosamente infinite volte al giorno.

 

Come non ricordare lo straordinario Gillo Conti Bernini, trentenne attore formato proprio dalla scuola di Fantechi e di Elena Turchi, la compagnia Isole Comprese Teatro (fondata quindici anni fa: www.isolecompreseteatro.it), esecutore di una eccezionale prova su testo di Artaud, talmente viva e viscerale da non sembrar recitare ma riportare esperienze e situazioni personali, non diceva ma sentiva, con una potenza rara, una convinzione da professionista consumato, mentre era alla sua prima prova su un palco. Una scoperta incredibile, della quale qualcuno si dovrebbe accorgere e che ha in cantiere di mettere in scena il testo di Peter Hank, scarsamente rappresentato ed ostico, “Esseri umani e ragionevoli in via d’estinzione”.

 

A dicembre, il 18, il loro ultimo spettacolo, sul palco del Cantiere Florida: “Con un piccolo finanziamento ricavato dalla sezione Sicurezza Sociale, 6.000 euro, all’interno del bando del Fiorino solidale, una vecchia idea dell’assessore Stefania Saccardi – spiega Fantechi – abbiamo messo in piedi “Untitled” che prende le mosse dai progetti di Francesca Woodman e dai saggi di Diane Arbus, fotografa con un occhio particolare nei confronti di freaks e disabili. E’ una profonda riflessione sul nostro corpo, come viaggio inevitabile che ognuno di noi deve percorrere. Il nostro è un tentativo di risposta alla domanda su come ci rappresenta e come appare il nostro corpo e come invece cerca di esprimersi”.

 

In scena Giovanni Pandolfini, attore con trisomia 21, che qui si ispira all’essere umano perfetto profetizzato nelle “Cinque variazioni” (http://www.youtube.com/watch?v=DjkGTFN-0p4) di Jorgen Leth, cortometraggio di dodici minuti del ’67: “Che cosa pensa l’essere umano perfetto, se è triste o se è felice. Perché la gioia finisce così presto?”. Molte le domande che portano alla piece, molte quelle che ne scaturiscono: “Come si mostra una vita chiusa in un corpo vivo? Siamo peso, eppure cancellati. Sentiamo noi stessi, il racconto di una rivelazione che spinge in noi, ma che resta nella trappola del corpo, che non vince la sua sfida davanti alla realtà. Noi siamo noi stessi, ma la realtà non ci conosce”.

 

 

 

Tommaso Chimenti